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Origini E Storia

Santo Stefano di Camastra (C.A.P. 98077) dista 161 Km. da Agrigento, 134 Km. da Caltanissetta, 154 Km. da Catania, 94 Km. da Enna, 150 Km. da Messina, alla cui provincia appartiene, 109 Km. da Palermo, 239 Km. da Ragusa, 212 Km. da Siracusa, 206 Km. da Trapani.

La cittadina di Santo Stefano di Camastra sorge a 70 mt. s.l.m, come un ideale terrazzo sul Tirreno, incastonata tra i Monti Nebrodi e la dorata costa tirrenica.

Il comune conta 4.760 abitanti ed ha una superficie di 2.188 ettari. 

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Il municipio è sito in via Palazzo n. 35, tel. 0921/331110 fax. 0921/331566.

Noto in Sicilia per la sua produzione artigianale di ceramiche artistiche, Santo Stefano di Camastra produce inoltre uva da mosto, olive, grano, agrumi, ortaggi, legname e sughero.

Originariamente il nome del paese era “Santo Stefano di Mistretta“, così come viene menzionato in documenti normanno-svevi . Distrutto da una frana nel 1682 il paese fu ricostruito nel 1693 in una zona più costiera rispetto a quella precedente.

Nel 1812 prese il nome di “Santo Stefano di Camastra“, in onore del duca Giuseppe Lanza di Camastra, fondatore e benefattore della città.

 

CENNI STORICI

La storia della piccola e caratteristica cittadina può essere racchiusa in tre toponimi: Noma, civiltà di pastori e contadini, S. Stefano di Mistretta, agglomerato urbano e casale alle dipendenze di Mistretta, ed infine S. Stefano di Camastra, la città moderna ed attuale. Su Noma e sulle sue civiltà le notizie sono frammentarie e incerte: ne fanno cenno Tucidide (IV sec. a.C.) e Polibio (II sec. a.C.), Cicerone (I sec. a.C.) nelle “Verrine” e Silio Italico (I sec. D.C.) nell’opera “Punica”; ulteriori notizie relative a queste civiltà possono rintracciarsi solo in opere dei primi del ‘900, grazie a tre storici locali: Edmondo Cataldi, Salvatore Ruggieri e Salvatore Pagliaro Bordone, i quali collocano Noma nelle contrade di Romei o di Vocante.

Notizie successive pervengono da un Diploma dell’anno 1101 del conte Ruggiero, padre del re normanno Ruggiero II, il quale stabilisce che “la villa di Mistretta e le sue terre, tra le quali il casale di S. Stefano, siano affidate alle dipendenze ecclesiastiche dell’abbazia di Mileto in Calabria”, alle cui dipendenze resterà fino al 1454, quando il nuovo sovrano Alfonso, detto il Magnanimo, sotto la mediazione del pontefice Nicolò V, assegnerà S. Stefano di Mistretta alle dipendenze ecclesiastiche dell’abbazia di S. Anastasia in Castelbuono.

Nel 1630 Santo Stefano abbraccia il feudalesimo, diventando proprietà di Gregorio Castelli. Più tardi la popolazione riacquista la proprietà del feudo, pagando 32.000 onze al signore,lo spagnolo Filippo IV che, nel 1639, rivendette il feudo ad Antonio di Napoli, sposato con Maria Gomez de Silvera. Tramite il secondo matrimonio della stessa con Giuseppe Lanza e Barresi, Duca di Camastra, nel 1668, le proprietà passarono a quest’ultimo.

L’attuale insediamento fu fondato nel 1683 su un terrazzamento, ai piedi del versante occidentale dei monti Nebrodi, dopo che una frana si abbatté il 6 giugno del 1682 sul vecchio centro abitato, posto a circa 500 m di altitudine, e ne provocò la distruzione. Il Duca di Camastra cedette alla popolazione le sue terre per costruirvi il nuovo centro, e fu lui stesso a tracciare il piano urbanistico, sul modello di Versailles, e che fu ripreso nella pianta della successiva Villa Giulia di Palermo: un quadrato al cui interno sono presenti un rombo e le due diagonali.

La nuova Santo Stefano, che dal 1812 si chiamò S. Stefano di Camastra in onore del Duca, si ingrandì successivamente verso sud, nella zona che sale su per i colli, u chianu (il piano), e, in anni più recenti, verso il nord e il mare. Il perimetro di contenimento, dove secondo l’uso fortificatorio si alloggiavano le stalle e i depositi di vettovaglie, divenne cortina di edifici, inglobando nel versante nord la residenza del signore, prospiciente su un’ampia zona da sistemare a giardino e in posizione dominante su case piccole e basse.

Gli stefanesi,  popolazione di pastori e contadini, si trasformarono in popolazione di pescatori ed artigiani. Allo sfruttamento dell’argilla si legano ben presto le sorti dei “nuovi” stefanesi. Tracce di forni e testimonianze d’archivio lasciano supporre peraltro l’esistenza di un’attività ceramista sin dall’epoca araba. Il centro del paese si è spostato più volte, laddove il “pane di creta” veniva mpastatu (impastato), scanatu (lavorato), nfurnatu (infornato) e cucinatu (cotto): non il centro del potere politico, rimasto sempre all’interno del palazzo nel quadrilatero romboidale, ma quello del lavoro produttivo, putìi (botteghe) e stazzuna (laboratori), ubicati ora a mare vicino ai punti d’imbarco, ora in prossimità della montagna d’argilla, ora in direzione sud-est, ma sempre fuori dal centro storico, e per ultimo lungo la strada nazionale quando il miglioramento della rete viaria permise di affidare ai carretti e non più e varchi ruossi (alle barche grosse) il trasporto delle mercanzie.

I figuli (vasai) hanno caratterizzato la cultura e l’economia di S. Stefano fino al punto da far adottare a qualche paese limitrofo un unico termine dispregiativo per indicare il complesso dei suoi abitanti: cantarara, produttori di pitali, una chiara deformazione del più nobile quartarara o lanciddara, dal nome dei vasi alla cui produzione esclusiva molti si dedicavano.

Di Santo Stefano parla Luigi Pirandello ne “La Giara”, e ne fa motivo ispiratore di straordinarie pagine Vincenzo Consolo.

 L’arte è il suo sigillo nelle piazze e nelle botteghe, nei palazzi e sui muri. Sembra irreale nella sua bellezza Santo Stefano: un museo a cielo aperto.  

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