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Feste e tradizioni

Settimana Santa

La settimana santa a Santo Stefano di Camastra presenta numerose cerimonie.

 Durante il giovedì santo è prassi consolidata la visita ai sepolcri, che hanno da essere fruiti in numero dispari; dinanzi a tali arcaici “giardini” si svolgeva un tempo una veglia notturna, che per i motivi sopra esposti assumeva, al di là della consapevolezza che potessero averne i suoi attori, tutto l’andamento di una veglia funebre. La sera del venerdì le due statue del Cristo deposto, proveniente dalla Chiesa del Calvario, e dell’Addolorata, proveniente dalla Chiesa di Santa Maria della Catena, dopo essersi incontrate presso la Chiesa di Sant’Antonio sono con dotte in processione con grande concorso di popolo; durante il percorso i due fercoli vengono fatti sostare dinanzi a tutte le chiese, e ad ogni sosta alcuni cantori, disponendo si in cerchio, eseguono li parti di la Cruci, potente metafora narrativa dei dolori della Madonna scanditi secondo il numero di spade (spati) che avrebbero trafitto il cuore di Maria, qui in numero di nove anziché sette come nell’iconografia tradizionale della Mater dolorosa. Ogni spata rappresenta una strofa del canto polifonico in cui vengono progressivamente descritti i momenti critici dell’itinerario doloroso della Vergine Maria, ossia la profezia di Simeone durante la presentazione al tempio, la penitenza di Gesù nell’orto degli ulivi e il tradimento, la flagellazione, la derisoria in coronazione e il carico della croce, l’andata al Calvario, la ferocia del seguito e il pianto di Maria Maddalena, la crocifissione, il fiele e l’aceto e la corona di spine, la sosta ai piedi della croce e l’oscuramento del sole, la morte di Gesù e il dolore di Maria e Giovanni, la deposizione dalla croce e il seppellimento. Si tratta di una passione popolare intensamente vissuta dall’intera comunità che partecipa alla processione in attonito silenzio. 

La sequenza rituale della Passione aS anto Stefano di Camastra si conclude, alla fine della Via Crucis, in Chiesa con l’esecuzione dello Stabat Mater, ancorché storpiato nella forma dialettale impiegata (Stavedolorosa / iustacruce lacrimosa / dummo pende Pater Filiu), che costituisce storicamente il “superamento”, nella prospettiva di un cristiano controllo degli eccessi e diuna rassegnata contemplazione della morte. Ciò che colpisce in tali cerimonie è l’intensa partecipazione popolare.

 

LE “PARTI R’A CRUCI”.

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Origini e testo.

            Secondo alcune testimonianze orali raccoltei canti di cui si è fatto cenno risalgono alla seconda metà del secolo scorso. Come è ovvio, trattandosi di canti popolari, presentavano molteplici varianti, e attualmente vengono eseguite pressappoco nei testi trascritti qui di seguito e muniti di traduzione italiana:


 ’U primu gran duluri chi sintisti

ca’ ti lu retti luviecchiuSimiuni.

Quannu a to figghiu a lutempiuaffiristi

ti l’agghiuttisti d’amarumuccuni.

Esposta piitru ti nn ‘affiiggisti

suffristi cruci e peni a miliuni.

O cara Matriaffritta e addulurata

fammi pruvari la tua prima spada.

 

Ora si parti Cristu onnipotenti

Pigghiriall ‘uortu e fari pinitenza

O figghiu unni vai a patiriturmenti.

vaiu alla morti e aviticipacienza.

Figghiu ca’ la pacienza sarà la mia

quannu ti viu a manu di ‘da genti.

O cara Matriaffritta e addulurata….

 

 

‘Ngiustamente poi fui fracillatu

 to’ figghiututtusantu e innucenti.

Cuomu di burla re fui ‘ncorunato

di acuti spini e di barbara genti..

Cu’ na ‘ranni cruci ncoddru fui ‘ncontratu

di tiamatriaffrittissima e dolenti.

Pi tri ghiornachianciennu tu lucircasti

ora la gioia pitia tutta finiu.

O cara Matriaffritta e addulurata ….

 

Affaccia affaccia Maria to’ figghiu passa

porta ‘na cruci chiù ‘ranni ca’ rossa.

Dietru di li so spaddi c’è una fossa

lusanguabbunna e la carni si lassa.

Imici tutti quanti o chi ddà passa

avanti ca’ lupuortinu alla fossa.

O cara Matriaffritta e addulurata

 

Chiancichianci Maria povira donna

calu to figghiu è ghiuntu alla cunnanna.

La trumma avanti la cavalleria

ienufaciennucuomu li dannati.

D’appriessu c’era l’afflitta Maria

ca di luchiantu lavava li strati.

O cara Matriaffritta e addulurata….

 

‘Un Venniri di marzuaddulurusu

nuostruSignuri alla cruci fui misu.

Cu du’ chiova ali manu e n’autruiusu

na lancia in piettu e lucustatuaffisu.

Feli e acitu n’eppi tri muccuna,

‘ntestana cruna di spini puncenti.

E pilunuostrusvisciratuamuri

Cristupatiupinui tanti turmenti.

O cara Matriaffritta e addulurata

 

 

A la cruci fui misu l’uomuDiu

tu custanti a li pieri l’assististi.

Lu suli di gramagghia o si cupriu

li stessi petrispizzariviristi.

E l’uomupirsuasu si intuiu

ca’ pi sta fini chiù pena sintiu

O cara ,Matri afflitta e addulurata

 

Maria ettanavucisupra ‘nu scuogghiu

quannumuortu si visti a lu so figghiu.

Chiamatimi a Giuvannicaiòluvuogghiu

quantu m ‘aiuta a chianciri a me figghiu.

Di niuru mi lufazzulumantigghiu

tu pirdistilumastru e iòlufigghiu.

O cara Matri afflitta e addulurata…

 

Giuseppi e Nicudemi di la cruci

muortuscinnieru a lu so’ figghiuamatu.

E doppuamaruchiantu e forti vuci

piseppellirlu si l’hannupigghiatu.

Ma chi nun senti la divina vuci?

luRedenturi è muortu e suttirratu.

O cara Matri afflitta e addulurata

 

 

 

 Il primo gran dolore che tu provasti

te lo dette il vecchio Simeone.

Quando offristi tuo figlio al tempio

e inghiottisti quell’amaro boccone.

Proprio per lui ti sei afflitta

esoffristi croci e pene a milioni

O cara madre afflitta e addolorata

fammi provare la tua prima spada.

 

 Ora parte Cristo onnipotente

per andare all’orto e fare penitenza.

- Figlio, dove vai a patire tormenti ?

- Vado incontro alla morte e dovete avere pazienza.

- Figlio la pazienza sarà mia.

Quando ti vedo in mano di quella gente

Rit.: O cara Madre…

Ingiustamente poi fu flagellato

tuo figlio tutto santo ed innocente.

Come un re di burla fu incoronato

di spine pungenti da parte di barbara gente.

Con una grande croce addosso fu incontrato

da te madre afflittissima e dolente .

Per tre giorni piangendo tu lo cercasti

Ora per te ogni gioia è finita.

Rit.:O cara Madre ……

 

 Affacciati, affacciati, Maria, passa tuo figlio

porta una croce più grande che grossa.

Dietro le sue spalle c’è uno squarcio

il sangue abbonda e la carne si lacera.

Andiamoci tutti quanti perché passa di là

prima che lo portino alla fossa.

Rit.: O cara Madre….

 

 Piangi, piangi, Maria, povera donna,

perché tuo figlio è giunto alla condanna.

La tromba davanti e la cavalleria

si comportavano come dei dannati.

Dietro c’era l’afflitta Maria,

che con il pianto lavava le strade.

Rit.: O cara Madre….

 

 Un venerdì di marzo doloroso

nostro signore fu messo alla croce.

Con due chiodi alle mani e un altro in giù

una lancia nel petto e il costato offeso.

Ebbe tre bocconi di fiele e aceto

in testa una corona di spine pungenti.

Per il nostro sviscerato amore

Cristo patì per noi tanti tormenti:

Rit.: O cara Madre…….

 

 Alla croce fu messo l’uomo Dio

tu l’hai assistito costantemente ai suoi piedi,

il sole si coprì di gramaglie

e tu vedesti spezzare le pietre.

L’uomo capì e si convinse

e per questa fine provò una pena maggiore.

Rit.: O cara Madre ……

 

 Maria lancia un grido su uno scoglio

quando vide morto il proprio figlio:

<< chiamatemi Giovanni, ché io lo voglio,

perché mi aiuti a piangere mio figlio.

Mi farò un mantello di colore nero

tu perdesti il maestro e io il figlio>>.

Rit.: O cara Madre …….

 

Giuseppe e Nicodemo della croce

calarono morto il tuo amato figlio.

E dopo un pianto amaro e forti grida,

Lo portarono via per seppellirlo.

Ma chi non sente la divina voce?

<< Il Redentore è morto e sotterrato>>

Rit.: O cara – Madre ………..

 

Corpus Domini

Nella festività del Corpus Domini, assai partecipata da tutta la comunità stefanese, la processione si svolge nel pomeriggio e prevede un tragitto che tocca il perimetro del quadrilatero tracciato dal Duca di Camastra, che costituiva l’originario impianto urbano secentesco, dilatandone significativamente i confini e giungendo a toccare la via Vittoria, in direzione della zona artigianale-produttiva, abitata dagli stazzunara.

Tale percorso processionale è comune alle ritualità cui viene annessa particolare importanza, come quella del venerdì santo, quella (oggi non più praticata) dell’Assunta, quella della Santa Croce (nella sua fase urbana), quella dell’Addolorata e quella di Santa Cecilia,  nonché, come si è visto, anche di processioni che non hanno più luogo come quella di San Giuseppe, presenze degne di menzione sono costituite dalla banda, dalla confraternita dell’Addolorata, la cui attiva partecipazione alla festa ne conferma il carattere di epifania sacramentale della Pasqua, e soprattutto i bambini biancovestiti che sfilano precedendo il baldacchino del Corpus Domini, tanto quelli, disposti in doppia fila, che nella mattinata hanno assunto per la prima volta l’ostia consacrata quanto i piccoli angioletti che li seguono.

Un tempo si svolgevano tre processioni, una il giovedì della ricorrenza, una la domenica successiva e una il giovedì seguente; gli altarini erano particolarmente ricchi.

Oggi si effettua una processione serale nel solo centro storico, mentre alcune piccole processioni hanno luogo nei giorni successivi nei quartieri posti al di fuori della zona storica.

Gli altarini sono realizzati con tappeti, piante da vaso (caratteristici i gigli bianchi e i garofani), coperte realizzate e in genere utilizzate particolarmente in tali occasioni, nonché immagini sacre offerte in prestito dalle famiglie.Alla conclusione della festa si svolge una processione finale, cui fanno seguito i fuochi artificiali che concludono la giornata.

 

Festa di S.Cecilia

L’iniziativa del Maestro Vincenzo Cecere, capobanda, venne promosso il culto verso questa santa, tradizionalmente considerata protettrice dei musici; durante il suo svolgimento ha in genere luogo un raduno bandistico. La festa, che prima si svolgeva il 22 novembre, si effettua oggi in estate. L’effigie di Santa Cecilia, una statua moderna priva d’interesse artistico, rimane custodita tutto l’anno nella chiesa del Collegio.

Essa viene poi condotta senza particolari degni di nota in processione, al cui termine vengono sparati i soliti fuochi d’artificio.

 

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Festa del Letto Santo

 

Nella seconda domenica del mese di settembre l’areale che comprende alcuni paesi dei Nebrodi occidentali è interessato da un pellegrinaggio che ha per meta il Santuario del Letto Santo, posto sul monte Croce Santo Stefano a circa 900 metri di altezza  e ricadente nel territorio comunale.

Il Santuario, edificato in epoca normanna come monastero benedettino denominato “di Santo Stefano in Valdemone”, con una chiesa annessa, sorse come feudo ecclesiastico e fu forse il primo nucleo dell’antico casale conosciuto come Santo Stefano di Mistretta, poi distrutto dalla frana secentesca; esso fu per secoli un complesso fortificato, ideato come struttura difensiva contro eventuali aggressioni provenienti dall’esterno, in specie dal mare, in forza della straordinaria conformazione orografica del sito, dal quale era, ed è, possibile spaziare con lo sguardo in tutte le direzioni e tenere così sotto controllo anche il litorale. Secondo una tradizione locale, sarebbe stato Gesù in persona a scegliere il luogo in cui custodire il suo “letto”, ossia la sua crocevista come giaciglio, ed Egli stesso durante la ricerca del sito più idoneo a tale scopo avrebbe scartato alcuni luoghi dislocati lungo la salita al monte. Detti luoghi, ’a crucidda,’u saramentu (o ’a Nunziata), ’a cruci e ’a serra di Sant’Antoniu, costituiscono ancora delle importanti stazioni per i fedeli che effettuano a piedi il pellegrinaggio al santuario.

Un tempo la permanenza dei pellegrini presso il santuario si dilatava arrivando a comprendere alcuni giorni; i casuzzi, ricoveri oggi messi all’asta e occupati per di più daigestori delle bancarelle ma un tempo destinati ai vari gruppi di devoti, probabilmente distinti per zone di provenienza, offrivano la possibilità di vivere una volta l’anno la dimensione festiva in tutta la sua variegata fenomenologia: gli aspetti devozionali, le funzioni religiose, le pratiche esorcistiche (quale di fatto è la binirizioni è quattruparti rumunnu che conclude la processione intorno al Santuario dopo l’ultima messad ella giornata), il voto e le sue liturgie, la consumazione del pasto comunitario non più in senso eucaristico sibbene attraverso la degustazione di carni arrostite alla brace, i fantasmagorici joch’ ifocu.

Fari u viaggiu, come viene denominato l’atto di compiere il pellegrinaggio, è moltopiù che il banale percorrere un tragitto per motivi devozionali; u viaggiu rappresenta l’andare di un gruppo verso un luogo sacro, incontro ad un Nume cui viene riconosciuto il potere, oltre che di esaudire i voti ed esercitare determinate facoltà terapeutiche, anche e soprattutto di conferire sempre nuovo senso all’esistenza del gruppo vivificandone i miti e confermandone la validità degli orizzonti.

Da Tusa, da Caronia, da Mistretta, da Motta d’Affermo, da Pettineo, da Reitano vanno a centinaia i pellegrini, numerosi a piedi, la gran parte ormai in auto, qualcuno ancora a dorso di mulo, a prostrarsi dinanzi alla Santa Croce, letto in quanto giaciglio di morte per Gesù Cristo, raffigurato in un crocifisso ligneo secentesco di fattura arcaica.

Chi giunge in auto, cerca di percorrere a piedi almeno l’ultimo tratto di salita, e una volta arrivato nel pianoro su cui sorge il Santuario compie tre giri in preghiera attorno al complesso costituito dalla Chiesa e dalle casuzzi, alloggi per i pellegrini, ad essa addossate. Durante il giorno della festa, come del resto in tutto il mese, si susseguono le messe, intervallate da una intensa attività esterna fatta di bancarelle che espongono poveri beni di consumo e degustazione di prodotti alimentari, soprattutto carni arrostite di vario genere.

Una volta reso omaggio al Crocifisso, carico di ex voto, alle cui spalle un affresco che fa da sfondo raffigura l’Addolorata, Maria Maddalena e San Giovanni ai piedi della Croce, e in alto il sole e la luna, l’attrazione maggiore per i pellegrini è rappresentata dalla piccola stanza adiacente la chiesa, nella quale sono stati raccolti i materia li votivi.

 

Festa Maria SS.Addolorata

Nella terza domenica di settembre, una settimana dopo la festa del Letto Santo, hanno luogo i festeggiamenti dedicati all’Addolorata, compatrona di Santo Stefano insieme a San Nicola di Bari e, a differenza di quest’ultimo per il quale non sono previste cerimonie particolari se non quelle strettamente liturgiche, fatta oggetto di un culto assai partecipato. Un tempo la statua della Madonna, raffigurata nella consueta iconografia tipica della Mater Dolorosa, era riposta nella chiesa (privata) del Calvario; nel 1991 la statua fu portata nella Matrice, e da allora sono state apportate modifiche alla festa;appannaggio dei “mastri”, fino a quel tempo si svolgevano due piccole processioni di trasferimento della statua del calvario alla Matrice e viceversa, il mercoledì precedente la festa e il giorno di Ognissanti. La statua viene addobbata con ori e con il mantello;

la processione attuale percorre il tragitto più lungo, e vi partecipano le autorità, la Banda e la Confraternita dell’Addolorata (l’unica rimasta), vestita di tunica bianca con mantello azzurro e cappuccio tenuto alzato (u papalutu). Tradizionalmente molto atteso e particolarmente imponente è lo spettacolo dei fuochi d’artificio che si svolge a mezzanotte.

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Festa di S. Antonio Abate

 

La prima festa degna di menzione è quella dedicata a Sant’Antonio Abate che ha luogo il 17 gennaio. Oggi celebrata in forma solo religiosa, tale ritualità un tempo, fino a circa quarant’anni or sono, prevedeva modalità di svolgimento che testimoniavano dello stretto legame intercorrente tra la sfera del sacro e l’universo agro-pastorale e contadino. La festa infatti era una occasione per sottoporre gli animali alla benedizione del santo; il rito avveniva di solito alle prime luci dell’alba e la benedizione, spesso preceduta da un triplice giro rituale delle bestie intorno alla chiesa, veniva impartita facendo accedere all’interno dello spazio sacro tutti gli animali, asini maiali pecore, capre, quivi convenuti, in un raduno rumoroso e vivace.